Il doping: è giusto concedere una seconda occasione?

Il recente caso di Alex Schwazer, il marciatore italiano risultato positivo all'antidoping e ora tornato a competere dopo aver scontato la squalifica, ha fatto molto discutere: in quali casi è giusto concedere una seconda chance a chi ha sbagliato?

Il recente caso di Alex Schwazer, il marciatore italiano risultato positivo all'antidoping e ora tornato a competere dopo aver scontato la squalifica, ha fatto molto discutere: in quali casi è giusto concedere una seconda chance a chi ha sbagliato?

 

2016-05-19-doping-aNell'agosto del 2012, Alex Schwazer si presentava presso la centrale dei Carabinieri di Bologna, il distretto al quale appartiene, per consegnare tesserino e pistola ed essere così sospeso dal servizio: il marciatore e carabiniere era stato trovato positivo ai controlli dell'agenzia mondiale antidoping effettuati pochi giorni prima, un fatto che ha decretato la sua esclusione dagli allora imminenti giochi olimpici in programma a Londra. Sono seguiti mesi non facili per l'atleta altoatesino: la squalifica di 3 anni e 6 mesi dalle gare (aumentata di ulteriori 90 giorni dal tribunale del Coni), l'annullamento dei contratti di sponsorizzazione (come quello con la Ferrero), il coinvolgimento della partner Carolina Kostner ed il conseguente calo di popolarità patito a seguito di queste dolorose vicende.

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In un'intervista rilasciata nell'estate del 2012, di cui sono disponibili dei video su internet, un provato Schwazer tentava di giustificare la sua scelta adducendo motivazioni quali la pressione, la competizione ed il fatto che il doping fosse ben diffuso nella sua disciplina, un'interpretazione che ha suscitato parecchie reazioni contrariate nel mondo sportivo. Dalle parole del marciatore trapelava inoltre un'insofferenza, peraltro dichiarata esplicitamente, circa gli sforzi che la marcia comporta: Schwazer affermava di essere consapevole di possedere un grande talento, ma di non apprezzare particolarmente questo sport ed i sacrifici che richiede per potersi confermare costantemente al vertice. Da qui, l'esigenza di ricorrere al doping come scorciatoia per competere con i migliori.

A distanza di quasi 4 anni, Alex Schwazer è tornato sulle strade, imponendosi sulla distanza dei 50 km ai recenti campionati del mondo a squadre organizzati a Roma, e staccando così il biglietto per partecipare alle prossime olimpiadi di Rio. Ancor prima di questo successo, le reazioni circa il ritorno del marciatore alle competizioni ufficiali non si erano lasciate attendere: Gianmarco Timberi, la promessa italiana del salto in alto, non aveva utilizzato mezze parole, definendo Schwazer "una vergogna per l'Italia". É lecito quindi chiedersi se sia giusto riammettere alle gare gli atleti che si sono macchiati di episodi di doping in passato: è giusto concedere una seconda chance o bisogna dimostrarsi ferrei nei confronti di chi cede alle tentazioni di questo cancro dello sport?

Relativamente al caso Schwazer, occorre ammettere che l'atleta ha conseguito le sue prestazioni precedenti senza l'aiuto di sostanze dopanti, collaborando successivamente con la giustizia sportiva: di fatto, si può dire che i suoi risultati passati e presenti non siano stati influenzati da sostanze proibite. Sono invece controverse alcune sue dichiarazioni circa il doping stesso ("Chi tra gli atleti non ha mai pensato a doparsi una volta?"), dal dubbio valore educativo, specialmente per i più giovani. Soldi, successo, visibilità rischiano così di diventare gli stimoli trainanti esclusivi per chi si cimenta in qualsiasi disciplina, mettendo in secondo piano il principio di De Coubertin, ormai privo di qualsiasi significato. Per contro, si spera che Alex Schwazer possa svolgere un ruolo di "ambasciatore" contro il doping, dimostrando con i fatti che barare non paga e che nello sport occorre accettare dolore, sacrificio e rinunce, anche se queste non portano necessariamente alla vittoria e alle medaglie.

 

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By Mauro Carta / Fitness&Benessere

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